GONZO REVIEWS

EREWHON

 

CHRIS FORSYTH & THE SOLAR MOTEL BAND – “Intensity Ghost”

(No Quarter Records, 2014)

di Jack Pasi

 

CHRISRegistrato con la band che lo ha accompagnato nel tour del precedente album “Solar Motel”, dove sin dai primi show i nostri avevano rivelato al mondo le doti di una chimica subcorticale e di un interplay da capogiro, questo album sprizza elettricità da tutti i pori ed è intriso delle stesse identiche qualità: chimica subcorticale ed interplay da capogiro.

Così, la lunga suite in quattro sezioni dell’album precedente lascia il posto a cinque veri e propri brani, ed i fantasmi dell’avanguardia svaniscono al sole di un lavoro dove il rock classico la fa da padrone. Il suo verbo è la jam, sì, ma suonata con le chitarre affilate di Tom Verlaine e Richard Lloyd – quest’ultimo vecchio maestro di chitarra di Forsyth – ai quali dal vivo viene sovente reso omaggio con una versione di “Little Johnny Jewel” da far accapponare la pelle. Ascoltate il brano che dà il titolo all’album e poi ditemi se non è un outtake di “Marquee Moon” con innestata proprio al centro una divagazione Crazy Horse da “Zuma”. Altrove saranno la pistola di Richard Thompson, l’esilio dei Rolling Stones, il rasoio di Robert Quine o il testosterone degli Who a sorprendervi, a volte in un solo brano.

L’album è ancora una volta un mosaico ibrido – alieno in teoria, ma coerente nei fatti – dei grattacieli nevrotici dei Television e delle montagne acide dei Grateful Dead, un crogiolo dove il rock chitarristico si fonde in una nuova bestia, nonché, se ce ne fosse bisogno, l’ennesima riprova che puoi dannarti quanto vuoi con tutto quello che la tecnologia digitale ipod-ipad-iphone-ifuck munifica offre, ma questi tizi qua, con 2 chitarre, basso e batteria ti faranno sempre analogicamente parlando il… ehm… ci siamo capiti.

Fate spazio nella vostra playlist di fine anno, in alto.

VOTO:8,5
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THE WORLD IS A BEAUTIFUL PLACE & I AM NO LONGER AFRAID TO DIE – “Between Bodies”

(Broken World Media, 2014)

di Alessia Vignoli

 

theworldCi sono degli album che, come un pugno nello stomaco, ti riportano alla realtà, quella realtà che probabilmente stavi sfuggendo da tempo. E che cos’è la realtà se non una voce che ti urla in testa suggerendoti cosa dovresti o non dovresti fare? La voce in questione è quella del poeta Chris Zizzamia, che ha adattato alcuni suoi testi per inserirli in un progetto decisamente riuscito: una collaborazione con i The World is a Beautiful Place…, band del Connecticut dal nome così lungo che rende obbligatori i puntini di sospensione. Il risultato è “Between Bodies”, un breve concept album (28 minuti) nel quale Zizzamia recita i suoi versi con grande trasporto e abilità da oratore mentre i membri della band eseguono un sottofondo strumentale dalle tinte post-rock, in parte tralasciando le sfumature emo che caratterizzavano l’inizio del loro percorso musicale. Ogni categoria sembra però inutile per definire “Between Bodies”, perché ciò che conta è il modo in cui musica e parole si fondono, quasi modellandosi a vicenda. Il poeta declama, i musicisti suonano, e l’elemento musicale si inserisce in quello poetico senza deturpare le parole, senza privarle del loro senso. E quello che il poeta ci racconta, con il suo verso libero alla Whitman, riguarda soprattutto la bellezza che ci può invadere mentre siamo sull’orlo del precipizio: “I reconsider the precipice / there is something beautiful in its blackness isn’t there / there is something beautiful in its persistence in swallowing us all / the end of everything is the beginning of a brand new everything”. D’accordo, non siamo di fronte a una versione contemporanea de “I fiori del male”, eppure non è sbagliato accostare “Between Bodies” alla letteratura. Vi spiego perché: se Zizzamia non è Baudelaire, egli è comunque in grado di descrivere immagini che traggono la loro forza dai contrasti, dall’oscurità, dal lato inquietante della vita di tutti i giorni. Mentre in “If and when I die” ci dice che nessuno di noi è mortale (“no one is invincible, everyone’s immortal”), in “Shoppers beef” ribadisce il fascino dell’oscurità, la bellezza invitante del precipizio: “I can float out into the dark until I’ve reached land again / if there’s land to be had / if there isn’t that’s fine / I feel safer now floating out into the precipice. I liked you like I like the dark / why would I aim to defeat it?”. theworld 2Il connubio tra musica e parole raggiunge il suo climax in “Thanks”, nella quale un coro di voci sottolinea con insistenza che l’età porta ricchezza (“when we get old we won’t be empty so thanks for your ears”). In “Between Bodies” c’è spazio anche per la voce di Dave Bello, che appare insieme a quella di Zizzamia in “Space explorations to solve earthly crisis” e accompagnata dalle chitarre acustiche in “$100 tip”. “Between Bodies” è un affresco contemporaneo audace e ambizioso, vicino alla letteratura. Il merito più grande da attribuire a questo esperimento è sicuramente l’equilibrio che emerge all’ascolto tra ciò che il poeta racconta e ciò che i vari membri eseguono per accompagnarlo. La lezione che ho imparato ascoltandolo? Forse non c’è una destinazione sicura dopo il viaggio nell’oscurità e questo non deve spaventare.

VOTO: 9

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WOODS – “With Light And With Love”

(Woodsist Records, 2014)

di Alessia Vignoli

 

Woods-With-Light-And-With-Love-608x608“With Light And With Love”, ottavo album dei Woods, formazione di Brooklyn, risuona nelle mie orecchie dal primo ascolto ed è difficile cacciarlo via. Le dieci tracce da cui è composto scorrono talmente tanto veloci che ci si ritrova, quasi inaspettatamente, a dover già premere il tasto “play” per farlo ripartire. Ciò che più colpisce e coinvolge è l’atmosfera gioiosa che caratterizza questo lavoro. La luce c’è, e l’amore pure; è veramente difficile trovare dei difetti in un album che riesce, fin da subito, a risultare estremamente piacevole.

Gli Woods del 2014 sembrano aver abbandonato l’aspetto più propriamente “homemade” e hippie che caratterizzava i loro lavori precedenti, per indirizzarsi verso un folk-pop più pulito e definito, ma pur sempre ricco di sorprese, in equilibrio tra una psichedelia sfrenata e il pop delicato ed orecchiabile alla Belle And Sebastian. Non mancano all’appello alcuni passaggi strumentali ritmati da chitarra e tastiera che sembrano arrivare direttamente dagli anni ’60, come in “Twin Steps” e in “With Light And With Love”, title track di 9 minuti, che è forse il pezzo più intrigante dell’album.

L’unione, molto ben riuscita, di folk, pop e psichedelia è ciò che rende “With Light And With Love” così completo e magnetico; a tracce più folk e quasi di introspezione cantautoriale, come “New Light” e “Feather Man”, quest’ultima arricchita dalla presenza degli archi, si alternano pezzi ritmati e trascinanti come “Shining”, “Moving To The Left” e l’incredibile title track.

Il risultato è sorprendente, esaltante, rilassante e soprattutto per niente scontato; “With Light And With Love” è un album luminoso che canticchierete per molto, molto tempo.

VOTO: 8

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ORCAS – “Yearling”

(Morr Music, 2014)

di Alessia Vignoli

 

ORCASIl secondo album degli Orcas, duo di Seattle composto da Benoît Pioulard e Rafael Anton Irisarri, presenta già dalla traccia d’apertura i toni abissali che caratterizzano l’intero lavoro. Petrichor è infatti l’ouverture perfetta per essere accompagnati alla scoperta degli otto brani che compongono Yearling; le atmosfere ambient e dream-poppresenti nelle prime tracce assumono, nel corso dell’album, una connotazione marcatamente malinconica. Non è forse un caso il fatto che ascoltando Yearling (termine che indica il giovane cavallo tra uno e due anni di vita) si abbia la sensazione di assistere ad una transizione, come se ci si avvicinasse, traccia dopo traccia, a qualcosa di veramente compiuto.

La voce di Pioulard è delicata, quasi rassicurante, abile nell’inserirsi all’interno degli elementi sonori più propriamente elettronici e minimalisti ideati da Irisarri, compositore e polistrumentista. Tra i tentativi più riusciti per quanto riguarda questo connubio artistico, sono sicuramente da citare Infinite Stillness, Half Light e An Absolute, mentre alcuni brani, come Filament o Tell, appaiono forse eccessivamente trascinati, ma mai noiosi. In effetti, le tracce strumentali risultano più pesanti, quasi monotone, si ha voglia di sentire Pioulard cantare, si aspetta la sua voce che purtroppo in alcuni casi non arriva. Le tracce più riuscite sono sicuramente quelle in cui gli elementi sonori creati da Irisarri e la voce di Pioulard si compenetrano fino a fondersi, l’unione di due correnti: una calda ed avvolgente, l’altra gelida e pungente.

L’armonia che caratterizza Yearling é coinvolgente e le melodie create dagli Orcas, a volte minimaliste al punto da risultare scarne, altre volte piacevolmente ricche di dettagli sonori, cullano l’ascoltatore fino a condurlo nelle profondità oceaniche. Il riferimento all’ambiente marino é obbligato, se si considera il nome scelto da Pioulard e Irisarri per definire il loro progetto musicale; come i cetacei a cui si ispirano, gli Orcas sprofondano e fanno sprofondare in abissi oscuri e intriganti.

VOTO: 7

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PROTOMARTYR – “Under Color Of Official Right”

(Hardly Art, 2014)

di Jack Pasi

 

protomartyrIl secondo album dei Protomartyr, quartetto post punk di Detroit, evoca le atmosfere di “American Rust” di Philipp Meyer. La Motor City al tramonto del modello postindustriale, ritratta senza filtri dalla penna disincantata del frontman Joe Casey, rimanda alla Cleveland dei Pere Ubu, alla Minneapolis degli Hüsker Dü, alla Manchester di Fall e Joy Divison, alla Milwaukee dei Die Kreuzen di “Century Days”. L’album è il tetro teatro della poetica della dismissione che si fa sconfitta dell’anima. La foto dell’istante in cui le macerie, gli stabilimenti abbandonati, la ruggine e le scorie del territorio depredato si fondono con la consapevolezza di vivere in un posto di merda dove “non c’è nulla che tu possa fare” (“Scum, Rise!”), e da contesto esteriore mutano in orizzonte interiore.

La cinica rivalsa del suolo violentato che si insinua nell’uomo e diventa violenza, come in “Scum, Rise!”, dove un figlio rancoroso e vendicativo stermina un gruppo di padri ubriaconi. L’escapismo che assurge ad illusoria ancora di salvezza, come nel brano di apertura, dove Bone – un alcolizzato solitario che soffre di un’alternanza di stati d’animo deleteri innescati da un “clack” nel cervello, oltre il quale “non sente più alcun dolore per nessuno, né amore per alcunché” – favoleggia di Maidenhead, luogo fantastico in cui rifugiarsi per sfuggire all’oscurità e al tormento che lo attanagliano, meta che alla fine raggiunge, senza però riuscire a liberarsi di tali fardelli.

Oscurità e tormento che attraversano tutto l’album, fra alienazione, sofferenza, corruzione, casualità nefaste, tradimenti, cattivi padri e ancora violenza, da dispensare anche come giustizia finale, vedi l’elenco di feccia umana da scagliare giù dalla rupe di romana reminiscenza di “Tarpeian Rock”, scandito in contrappunto al grido “Throw ‘em from the rock”, violenza da assumere quale cupo paradigma didattico, come in PROTO“Violent”, dove Casey canta “‘Cause if it’s violent, it’s understood”.

Meno efferato e spigoloso del debutto “No Passion All Technique”, ma ugualmente devastante, oltre che più vario ed articolato, “Under Color Of Official Right” ci regala una band in stato di grazia assoluta, su cui contare ad occhi chiusi, già dotata di una maestria ed una versatilità impressionanti per quattro dropouts al secondo album.

Fatevi sotto, il cane in copertina aspetta solo voi.

VOTO: 9

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SCREAMING FEMALES – “Live At The Hideout”

(Don Giovanni Records, 2014)
di Jack Pasi

 

screaming-females-live-at-the-hideout-1024x1006Venite a fare un giro all’Hideout di Chicago, per due sere suonano questi ragazzi, Screaming Females, con questa cantante, Marissa, uno scricciolo alto così, una voce e una chitarra assolutamente deraglianti che vi faranno schizzare il cappello sul soffitto.

Puro indie heavy punk rock, garantito.

Già con gli album precedenti avevano dato crescenti prove di sé. 
L’ultimo “Ugly”, registrato da chi sapete voi, era più che un mezzo capolavoro, ma si dice che dal vivo i tre siano nel loro brodo e spacchino proprio. Dategli una chance, tanto a Chicago d’inverno fuori si gela.

Ok, i tre sono del maledetto New Jersey, ma tenete conto che si è scomodato chi sapete voi per registrare queste due serate, e poi non sono mica qui per un improbabile surf contest sul lago. Il lago è più ghiacciato della birra dell’Hideout. Stasera è la prima sera. Non mancateli ancora. Sarebbe un delitto. Però state in guardia, una volta entrati sarà difficile non innamorarsene.

Se invece non verrete, perchè i Bears giocano o che so io, recitate un’Ave Marissa e tre Paternoster e non se ne parli più.

VOTO: 7,5

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THYPHOON – “White Lighter”

(MapleMusic Recordings / Roll Call Records, 2013)

di Alessia Vignoli

 

Typhoon-White-LighterRapido come una raffica di vento, “White Lighter”, secondo album della band originaria di Salem, ormai da qualche tempo stabilitasi a Portland, scorre così veloce che 46 minuti si riducono a pochi secondi. Sembra di sentire i primi Arcade Fire (un po’ più folk), non ancora contaminati da costruzioni e costrizioni, mentre si avanza tra batterie e percussioni in controtempo, cori che coinvolgono gli undici membri della band, momenti di quiete assoluta ed esplosioni sonore di fiati, archi e chitarre a volte morbide, altre volte aggressive.

Kyle Morton racconta dodici storie, ispirate in gran parte alla sua biografia, aiutato dalla sua voce pulita ed espressiva; se lo si ascolta camminando nel silenzio, sembra di vagare in spazi aperti ed ampie distese di verde, con un filo di vento tra i capelli. L’ispirazione non manca, in questo album completo e coinvolgente, ricco di variazioni e dalle melodie mai banali. Forse, uno dei meriti più evidenti da attribuire ai Typhoon è la loro capacità di fondere strumenti eterogenei per creare un insieme mai dissonante, anche perché “White Lighter” dura troppo poco per potersi stancare e va bevuto tutto d’un fiato.

Un brevissimo preludio strumentale (“Prelude”, appunto) e si entra subito nel vivo con la soprendente “Artificial Light”, forse la più bella dell’album. Poi il tifone ci trascina nel suo vortice altalenante, dalle ritmate “Young Fathers” e “100 Years”, alle più tranquille “Morton’s Fork” e “Possible Deaths”, senza dimenticare l’accattivante incipit di “Hunger and Thirst”. L’atto conclusivo è affidato ad una quasi ballata dai troni estremamente romantici: “Post Script”. Che bisogno c’era, direte voi…ma nel complesso questo diabete finale chiude bene il cerchio e rende il tutto molto più armonioso.

Sarà perché la mia (giovane) età mi concede ancora facili entusiasmi o per le affinità che sento di avere con alcune tematiche dei testi di Morton, comunque, al di là del gusto personale, questa seconda fatica dei Typhoon è una sintesi perfetta di ciò che dovrebbe offrirci l’indie-rock a tinte folk di oggi: varietà, brio e qualche tocco di mai scontata raffinatezza armonica.

VOTO: 8

 

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 DONOVAN WOLFINGTON – “Stop Breathing”

(Broken World Media, 2013)

di Jack Pasi

 

donovan wQuesti bravi picciotti di New Orleans hanno aspettato un anno esatto, annidati in un angolo buio del mio hd esterno, che mi accorgessi di loro.

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Non meritavano un simile trattamento.

Questo album ha tutto. Rumoroso e fuzzy, come un calabrone chiuso tra le doppie finestre. Catchy, come una giornata di primavera al fiume con Emily Ratajkowski. Indie rock, come ascoltare per la prima volta il primo omonimo Buffalo Tom (SST-250, 1989), barricati in cameretta col volume a tavoletta su “Impossible” e “The Plank”, mentre i pompieri chiamati dai vicini synth pop tentano di sfondare la porta a colpi d’ascia. Viscerali, come l’Alien di Ridley Scott che ti sottopone ad una gastroscopia. Emo, come una debuttante al ballo delle debuttanti che ha urgente bisogno di una ricarica telefonica. Punk, come tutto ciò che ancora vive, e vivendo ti scorre nelle vene.

Prima che questi bravi, bravi picciotti si sciolgano in uno zot, secondo sciupato copione, per poi formare 10.000 bands transfughe, le quali indifferibilmente licenzieranno, negli anni a venire, una colata di vinile di cui sarete costretti a cibarvi incensandola, oltre a presenziare inderogabilmente ai loro rispettivi innumerevoli concerti, con il tarlo fisso di non averli ascoltati e/o visti al tempo in cui erano ancora, imberbi brufolosi sbarbi, tutti insieme sotto le insegne di Donovan Wolfington, perché allora – cioè oggi – pensavate che i vagiti soft-porno delle Warpaint o i borbottii nerd-rinco di Beck fossero le chicche più cool, oppure perché semplicemente eravate distratti da Atahualpa solo sa cosa, e ne ignoravate l’esistenza, sparatevi questo album a tutto volume e fate la riverenza davanti al dio ieratico dell’headbanging, magari smettendo al contempo di respirare, se possibile.

Forse lui sarà così magnanimo da mondare i vostri deprecabili gusti musicali.

 VOTO: 8

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CLOUD NOTHINGS – “Here and Nowhere Else”

(Carpark Records, 2014)

di Jack Pasi

 

cloud nothingsSe ancora non lo avete fatto, prestate un orecchio a questo album.

Senza tanti giri di parole (ho la peperonata sul fuoco), questo disco spacca. Le chitarre grattugiate in frame. Gli hooks punk melodici. Un batterista che picchia come un dannato.

I Cloud Nothings hanno perso un chitarrista ed ora sono un fottuto power trio. Non oso pensare all’album che sarebbe uscito se alle manopole fosse restato Mr. Ugly American (Steve Albini), ma anche con John Congleton il risultato è eccelso.

La scrittura è cresciuta ancora. Le idee sono maggiormente a fuoco. Il tiro è micidiale. Non ci sono le pause che annacquavano il precedente lavoro. Solo una corsa a rotta di collo e a perdifiato nel cuore del punk rock americano, dagli Hüsker Dü di “Flip Your Wig” (SST-055, 1985) ai Metz del primo omonimo album (Sub Pop, 2012), attraverso la Chapel Hill dei Supechunk di “No Pocky For Kitty” (Merge, 1991), con un barile di benzedrina a bordo di una Dodge Challenger bianca del 1970 lanciata a tavoletta verso due bulldozer arancio, fermi al centro della carreggiata, a Cisco, CA (anche se in realtà questa scena finale è stata girata a Cisco, UT, e a dirla tutta, per girarla non hanno usato la Dodge Challenger del 1970 che vedete scorrazzare nel resto del film, ma una Chevrolet Camaro del 1967).

“Here and Nowhere Else” è il punto di fuga della discografia dei Cloud Nothings. Nessuno può sapere cosa serbi il dopo.

Intanto però, pagate pegno.

VOTO: 8,5

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PERFECT PUSSY – “Say Yes To Love”

(Captured Tracks, 2014)

di Jack Pasi

 

CT192 PerfectPussy CoverLe righe che seguono sono inutili. Serve più tempo a scrivere di questo album che ad ascoltarlo. Il debutto dei Perfect Pussy di Syracuse, NY, dura 23 minuti: irrequieti oltre il parossismo hardcore punk, tra le urla filtrate di Meredith e il suono a strati della band, i cui strumenti, lungi dall’agire in armonia, fanno a gara a pestarsi i piedi in un tripudio di caos, energia e tensione, il tutto prodotto con la noncuranza di uno che ha visto meno mixer e studi di registrazione di Fred Flintstone.

In ogni caso, sono solo 23 minuti.

Quando vi avanzano giusti giusti, ascoltate questo album in cuffia a tutto volume. Magari aspettando il treno in ritardo o fuori da un non meglio precisato ufficio in attesa del vostro turno.

23 è un numero magico. L’asse terrestre è inclinato di 23 gradi virgola 5, ed anche questi 5, non sono che un 2 sommato ad un 3. Gli antichi calendari sumeri ed egizi iniziavano il 23 luglio. Giulio Cesare venne pugnalato a morte 23 volte. “His Airness” portava il 23 sulla canotta dei Bulls. Adamo ed Eva avevano 23 figlie. L’ovulo e lo spermatozoo sono composti ognuno da 23 cromosomi. William Shakespeare nacque il il 23 aprile e morì il 23 aprile. L’Ordine dei Templari era costituito da 23 Gran Maestri. L’Apocalisse annovera 22 capitoli, e si ritiene che nel perduto ventitreesimo si rivelasse il vincitore dello scontro tra Dio e Satana. I Maya erano sicuri che il mondo sarebbe finito il 23 dicembre 2012 (20+1+2=23). perfectpussy

Invece si sbagliavano: il mondo non finirà mai finché ci saranno ragazzi che suonano hardcore punk con questo impeto, questa potenza, questa urgenza, liberi, anche di fregiarsi di un nome da antologia, che si piazza di diritto nella mia “all time best band name” appena sotto ai Dicks di Gary Floyd, ed ai Butthole Surfers di Gibby Haynes, che a Gary dedicarono l’ultimo brano del loro album capolavoro.

Tra due anni Meredith Graves avrà 23 anni; 23, come il numero sulla porta del mio ufficio. La circolazione del sangue attraverso il corpo umano si compie in 23 secondi.

La primavera è arrivata. Dite sì all’amore.

VOTO: 7,5


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THE SHRINE – “Bless Off”

(Tee Pee Records, 2014)

di Jack Pasi

The-Shrine-Bless-OffCresce come un virus alieno in un b-movie dei ’70 il novero delle bands anfibie di stanza a Los Angeles capaci di dedicarsi, con la stessa disinvoltura, sia alle onde schiumanti dell’hard rock e del thrash metal che alle colline bruciate dell’hardcore della California del sud. In attesa che gli Obliterations facciano il botto con il loro imminente primo album, divorando in un sol boccone il 2014, ecco il succulento antipasto di “Bless Off”.

Più che un album, è il soggetto perfetto per un’ucronia.

Sarebbe potuto uscire, anziché 3 giorni fa, nella seconda metà degli ’80 per la SST di Greg Ginn, diciamo tra “Born Too Late” dei Saint Vitus (SST 082, 1987) e “Ultramega OK” dei Soundgarden (SST 201, 1988), due fonti alle quali questo terzo lavoro dei nostri attinge a piene mani, si ascolti “The Duke” per credere.
Non c’è dunque da stupirsi che il mentore di questo power trio di skate-rockers di Venice Beach sia proprio Chuck Dukowski, bassista di quei Black Flag che, quando il solo pensarlo era assoluta eresia, tentarono di porre un ponte tra l’hardcore e l’hard rock, suscitando non pochi malumori presso i fans della prima ora. Le parole di “The Duke”, scoprirete, sono proprio un testo mai utilizzato dei Black Flag, portato in dote da Dukowski.

Non è tutto qui però. “Bless Off” abbaglia con l’energia thrash dei Metallica (Worship), il crossover dei ’90 (On The Grind), l’hardcore di L.A. dei primi ’80 (Spit In My Life), lo sludge dei Melvins e, ovvio, il metal dei ’70. E ciò che davvero sorprende è l’equilibrio sfoggiato dai nostri skaters, capaci di districarsi tra i paletti dei pericolosi ingredienti di questa formula con freschezza e personalità, innescando, tra un 360 hardflip ed un front foot impossible, la miccia che fa letteralmente deflagrare “Bless Off”. 50% punk & 50% metal è dunque la riuscitissima ricetta dell’album: alla faccia dell’antipasto, qui c’è da perdere il conto delle portate!

Fatevi sotto, ce n’è per tutti.

VOTO: 8

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MARISSA NADLER – “July”

(Sacred Bones, 2014)

di Jack Pasi

news-13-11-marissa-nadlerTorna la Voce del vento del nord che sibila tra i boschi dell’estate indiana, ponendovi fine all’improvviso.
Torna sorprendendoti nella faggeta, in prossimità del crinale verso il quale cammini risalendo il torrente in secca, e scompiglia lo strato di foglie morte che ricoprono il sentiero.

Mentre le vai incontro, ti scivola dentro gelandoti fuori.

Alzi lo sguardo alle cime degli alberi che hanno preso a schioccare e crepitare, accennando i passi della Danza Segreta degli Abitanti del Bosco delle Fate, e lasciando cadere tutto intorno a te rami sorpresi dal risveglio della Voce, come inviti un po’ troppo insistenti ad unirti alla danza, ad unirti o morire.

Mentre le vai incontro, provi a resisterle, certo di soccombere.

Salendo, il sibilo si gonfia in un rombo, ti pervade e confonde al punto che non sapresti più dire se, oltre la cresta che si staglia 100 metri sopra di te, potrai esistere ancora, separato da lei. Celestiale sogno di angeli e minaccioso incubo di diavoli, ti investe al giogo, con la furia del vento delle anime perdute nell’oblio della memoria.

MarissaNadler_2011

Algida, come quando al centro dell’uragano non hai più nulla nel cuore, ora ulula così forte da respingere i tuoi passi, benché sia proprio questa repulsione che, contrapposta al tuo testardo tentativo di incedere, ti dona equilibrio.
Ottundente, eppure affilata come l’orlo tra i due Mondi su cui aleggia leggiadra ed incorporea fronteggiandoti, torna la voce di Marissa Nadler, aneurisma fatale in cui svanisce il tempo di questa passeggiata nei boschi, come dita d’argento fra pieghe di seta nera.

Non potrai esistere ancora, separato da lei.

VOTO: 7,5

 

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SUN KIL MOON – “Benji”

(Caldo Verde, 2014)

di Jack Pasi

Sun-Kil-Moon-Benji-500x444Se – come me – aspettavate che facesse un vagito degno della sua caratura – degno cioè della vertiginosa stratosfera dalla quale i fuoriclasse del suo calibro non dovrebbero mai poter scendere, se in questo dannato mondo non fosse tutto così episodico, caduco, fallace, effimero, vano, ecc. – più o meno da “Rock’N’Roll Singer” (2000) o – volendo essere accomodanti – da “Old Ramon” (2001), e aspettando, un anno dopo l’altro, vi siete sorbiti 5 album solisti – che sì, va be’, ma dai, niente – più altri 5 album dei Sun Kil Moon – che insomma, però, dai, su – per non parlare di 13, dico tredici, album dal vivo sparati fuori negli ultimi 12 anni – che neanche i Grateful Dead in acido e in vena di battere qualche astruso guinness dei primati, no? – e siete giunti al cd con i Desertshore dello scorso anno sfiniti, senza capelli, ingrigiti, con la pancetta, dopo aver cambiato umore, amore, lavoro, macchina, abitudini e residenza un numero incalcolabile di volte, senza più un briciolo di speranza di provare anche solo un’ultima volta la vertigine stratosferica che il Nostro dispensava a piene mani quando tutto era più facile, selvaggio e vero, è il caso di ricredervi: quel bastardo di Mark Kozelek ha scritto 11 canzoni nelle quali muore un sacco di gente, benché non trattino certo solo di morte, una più intensa dell’altra, una mappa in profondità dell’ordinario e dell’anima, una più viva dell’altra, vergate con il dono e il piglio straordinari che l’infinita attesa di cui sopra esigeva, e le ha rilegate a fuoco in questo, noi solo sappiamo quanto tardivo e anelato, fottuto capolavoro.

VOTO: 9

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MORGAN DELT

(Trouble In Mind, 2014)

di Jack Pasi

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Sfasato, drogato, disorientato, rotto e rallentato, come Byrds lo–fi al Mardi Gras di Easy Rider, risorge dagli angoli riarsi dal sole arancio della California del sud il fantasma del pop psichedelico dei ’60, una catarsi di tangenti minimali che si dipanano una dall’altra, come miriadi di Dodge Challenger guidate da miriadi di Kowalski, e di colpo riconvergono verso lo sfocato punto di fuga alla benzedrina che fluttua all’orizzonte.

Trip beffardo lungo le sinapsi della storia dello psych rock deviato, weird, mutante e radicalmente anarchico, lungo rotte che non portano in nessun posto e dalle quali non si ritorna, Morgan Delt gira nel lettore senza soluzione di continuità, ancora e ancora, in fuga verso il riflesso argento delle code dei boeing 747 abbandonati nel deserto del Mojave, senza arrivare mai.

morgan-delt.2Trance ipnotica di brani spezzati e cangianti, frammenti iridescenti dello specchio di Alice, Morgan Delt è un buco nero da cui è arduo ritrovare la strada di casa, se prima di abbandonarti a queste canzoni che avanzano ripiegandosi su se stesse non hai provveduto a riempirti le tasche di sassolini bianchi, ed aspettato paziente che la luna piena di gennaio sbucasse dalle nuvole.

Caleidoscopico, anzi, jakecosmico.

Non mancatelo. Non perdetevi.

VOTO: 8

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PONTIAK – “Innocence”

(Thrill Jockey, 2014)

di Jack Pasi

Pontiak-INNOCENCENon hanno mai sbagliato un album.

Non si sono smentiti neanche questa volta.

Nella mia top ten del 2014 restano solo 9 posti vacanti.

Necessario.

VOTO: 9

EREWHON

 

BIG UPS – “Eighteen Hours Of Static”

(Dead Labour, 2014)

di Jack Pasi

Big-Ups-Eighteen-Hours-Of-Static-608x608Nella mezz’ora scarsa dell’album di debutto dei Big Ups di Brooklyn si respirano l’hc di Descendents e Black Flag, il post hc di Jesus Lizard e Bitch Magnet, l’urgenza dei Minor Threat, ma anche il post rock dei Rodan. A tratti sembrano un clone dei Fugazi, a tratti ricordano bands contemporanee, su tutti Pissed Jeans e Buildings, direi. Cionondimeno, il risultato è godibile, fresco e perfino credibile.

Frutto di una passione palese per i ’90 che sfiora il tributo involontario, “Eighteen Hours Of Statics” riesce nel mezzo miracolo di affrancarsi dal peso di tali padri putativi e, apparentemente senza sforzi, vola via leggero verso orizzonti solo suoi, grazie ad una cifra stilistica già personale, corroborata dall’incredibile impeto che lo attraversa tutto, facendolo letteralmente bruciare nell’urgenza di manifestarsi.

L’anno è iniziato bene. Come si diceva una volta: rubate questo album… VOTO: 9

EREWHON

 

CLOUD NOTHINGS – “Attack on Memory”
(Carpark, 2012)

di Jack Pasi

CONTROLLO GENITORIALE: AD UN CERTO PUNTO DI QUESTA RECENSIONE SI POTREBBE ALLUDERE ALL’ORGANO GENITALE MASCHILE, A RIVISTE EROTICHE E ALL’USO DI ARMI.

CONTROLLO ENPA: AD ESCLUSIONE DEL RECENSORE, NON SONO STATI MALTRATTATI ALTRI ANIMALI DURANTE LA STESURA DI QUESTA RECENSIONE.

CloudNothings_900Prendi ‘sti bravi picciotti – bravi eh – e portali a fare un giro a Chicago, con la scusa dei Bulls o del miglio zero della Mother Road o del Primo Grattacielo del Mondo o del “Al Capone Tour of Downtown” o del Progetto Manhattan… portali nella Windy City, lungo Lake Shore Drive, con la promessa di vedere Paolo Montesi che corre la mezza maratona sulle sponde del lago Michigan, e poi rinchiudili con l’inganno agli Electrical Audio con quel satiro di Mr. Albini.

Mescola un po’, scuoti bene et voilà, il gioco è fatto!

Il primo pezzo “No future no past” ti sbatte subito il culo a terra: parte emo e poi esplode in un outtake di Surfer Rosa. “Wasted days” sembrano i Rites of Spring che fanno una cover dei Big Black.

Naturalmente, i fanciulli avrebbero un’indole più “post c86” che “post punk”, e quindi ci provano anche con melodia e velocità (Our Plan), sulla scia di Male Bonding etc; ma Mr. Ugly American non ci sta, li tira di nuovo per la giacchetta, li chiude nel bagno con ampli e microfoni etc, etc, li fa giocare con una dozzina dei suoi proverbiali pedali modificati, gli passa il paginone centrale di playboy e, mentre i cocchi sbavano rapiti da cosce patinate, gli scorda un po’ le chitarre… e così via. Solo nell’ultimo brano dell’album Mr. UA si assopisce di colpo e i pargoli conquistano il mixer confezionando uno scialbo sgorbio power pop che più del c***o non si può (Cut You).

627Per il resto, però, dalle opposte tensioni di cui sopra viene fuori un dischetto davvero pregevole, tipo i Vaselines che suonano “Do Dallas” dei McLusky con una pistola puntata alla tempia.

Speriamo solo che prima di andare in pensione Mr. Albini allevi a scudisciate un bocia foruncoloso, sì, ma di finissimo tocco, capace di succedergli con onore, perpetuando i segreti, i misteri e l’arte di registrare queste chitarre, questi bassi e queste batterie in maniera così smaccatamente, maledettamente “Steve Albini” .

VOTO: DNS (Davvero Non Saprei)

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