GONZO REPORTS # 6

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Steve Gunn @ Neon Caffè 29 10 13

Jay

Shots by Marina Cellarosi © / All rights reserved

Nella Terra di Ooo, martedì sera era di nuovo martedì ed oltretutto era sera, ed io – caro lettore – stavo soppesando le infinite opportunità di intrattenimento casalingo serale che serotine e copiose si dipanavano al cospetto del mio sguardo canino, solleticato dall’influsso rassicurante del CMC[i] ed al sicuro nella pancia dell’albero-casa in cui dimoro con Finn e la PSB[ii], la quale però quella sera, all’imbrunire – quando il cielo si tinge del colore preferito dalla Principessa Gommarosa ed il sole, attratto dal margine occidentale dell’orizzonte di Ooo, si allontana dalle Terre Erbose, sfiora lo Spazio Bitorzolo e cala oltre Dolcelandia[iii] – s’era già bella e che volatilizzata, in ossequio ad uno dei 10 tutti parimenti regali ruoli – picchi della catena montuosa coronata dalla torreggiante trinità delle 3 M (Madre, Moglie, Manager) – che invariabilmente assume dall’alba al tramonto, saltando da uno all’altro con noncurante flessibilità, come una rana a caccia di zanzare in uno stagno di ninfee.

Avrei potuto dilettarmi nelle faccende domestiche, ad esempio, rassettando la cucina dopo la frugale cena consumata con Finn; poi, una volta facilitato l’approdo dello stesso Finn sull’isola di Orfeo, avrei potuto indossare il costume da Coglione™ ed accomodarmi sul divano in quelle confortanti sembianze, per assistere a qualche programma bieco e deficiente, che comunque – contrariamente a Donny, che quando fa l’idiota emana un Gas Scemogeno letale per i Luperché – non ha effetti collaterali di rilievo, a parte ridurre il cervello in pappa a chi forse in pappa già l’ha, annodandogli tutte le sinapsi con lo spago dei jingle degli spot delle auto a metano e gpl dai quali è continuamente interrotto, non prima però di averne blandito il deprecabile ego con un complice colpo d’anca scosciata di qualche bella – ehm – signora, che si trova a passare per caso nello spot stesso, mentre va al Wall Mart a ricomprarsi le mutande che deve avere sbadatamente lasciato in qualche spot precedente.

Avrei potuto chattare con te, caro lettore, con lo smartphone nuovo di zecca appena regalatomi dalla famosa casa produttrice di telefoni[iv] che ha copiato il vecchio logo creato appositamente dal copywriter inconsapevole e sbadato che in giro si fa chiamare “Creatore”, per la scena clou della soap “Adamo ed Eva”[v], i cui esterni furono girati tutti in quella location dal nome supercool – Paradiso Terrestre – quando ancora era affittabile per girarci le soap, e molto prima che al suo posto costruissero un efficiente impianto eolico, le cui pale, oltre a produrre tutt’altro che asettica energia per servizi di dubbia utilità, scompigliano le foglie dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, con i conseguenti opinabili effetti di assoluto disorientamento in campo etico che potresti immaginare, caro lettore, se il sistema appena descritto non ti avesse completamente privato della capacità di farlo.

Avrei potuto ficcarmi a letto, con una tazza fumante di tè ballerino[vi] sul comodino e le coperte tirate su fino al mento, e dedicarmi alla consueta lettura serale – che di solito, in ossequio ad un mio malcostume sonnambolico ormai consolidato, non inizia mai prima della seconda ora del giorno seguente a quello entro il quale dovrei coricarmi – una favola della buonanotte di 1063 pagine, indice escluso, opera dell’immenso WTV[vii] di Santa Monica, CA (che attualmente puoi trovare a Sacramento, CA, se ti servisse un consiglio per superare il blocco dell’immaginazione che ti assilla), opera nella quale mi ritrovo perduto a pagina 485, il 23 novembre 1942, intontito dal sonno e irrigidito dal gelo che mi scricchiola addosso stringendomi nella sua morsa, tra il Don a ovest ed il Volga ad est, nel kessel[viii] della Stalingrado accerchiata dall’Armata Rossa.

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Invece, complice il protrarsi dell’estate indiana, ho deciso di uscire nell’aria tiepida di fine ottobre per il concerto di Steve Gunn al Neon di Rimini; un bar posto lungo il cardo dell’antica colonia romana fondata 268 anni prima che il già citato copywriter mandasse giù suo figlio per una visita alla Terra di Ooo piuttosto breve, a dire il vero, benché foriera di insospettabili e alquanto articolati sviluppi futuri, tutt’ora in pieno fermento, come le bollicine nelle bottigliette di birra ghiacciata, decisamente più recenti, di cui il suddetto bar si sarebbe rivelato piacevolmente provvisto.

Ti dico subito, caro lettore, che stavolta a disertare una serata così l’hai fatta davvero grossa. Perché è stata una serata jakecosmica, amico mio. Finntastica, altroché! Ogni cosa al suo posto, come ad una colazione della Famiglia Perfetta di un tv serial americano, con highlights della caratura di “Ciao caro, hai dormito bene stanotte?”, il giornale sul tavolo, le fette di pane tostato che scattano dal tostapane esattamente al tuo arrivo in cucina, e tutta quella pletora di figli educati e composti, tutti di buonumore – nonostante siano ben consci che, se messo alle strette, difficilmente ricorderesti con precisione tutti i loro compleanni – i più grandi a consigliare i più piccoli, tutti amorevolmente complici, con le carrellate slow-mo ed i filtri flou su quei piccoli volti paffuti baciati dal sole che sorge oltre il prato, – il prato sì, c’è anche il prato, e qualcun altro l’ha già tagliato in vece tua – con i back reveal che scivolano via lenti dai loro visi abbracciando di nuovo tutto quell’ambiente caldo, accogliente – perfetto, insomma – mentre i figli volgono a te lo sguardo, in sincrono, le loro teste pettinate nella controluce del mattino, e benevoli ti osservano scendere gli ultimi gradini che ti separano da loro, rendendoti omaggio con garbo quando ti siedi, «Buongiorno, buongiorno, buongiorno…» Ma a che ora si svegliano nel tv serial americano per fare colazione con tutta questa ostentata flemma, finanche conversando amabilmente, magari con già alle spalle una doccia tonificante, che io la mattina mi alzo con gli occhi stretti, barcollo al buio fino alla tazza del cesso, e senza aprire le imposte, in piedi, faccio quello che non puoi più immaginare per via del problemino di cui soffri, e – ta-daa – sono già in ritardo?

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Una serata dagli incastri perfetti, caro il mio dolcibotto, ogni cosa al suo posto, come in sogno.

E forse… forse è stato solo un sogno che ho fatto riverso sul divano, addormentato nel mio costume da Coglione™ davanti alla TV ronzante che gracchiava, impietosa: «Amundsen ha trionfato grazie all’organizzazione, alla programmazione, anticipando le difficoltà che avrebbe dovuto affrontare una volta in situ. La spedizione di Scott è stata un disastro, invece. Scott si era affidato a mezzi cingolati, molto avveniristici per l’epoca, ma che poi con il ghiaccio si sono guastati, Amundsen invece, con una slitta trainata da cani, ha…»

Nel sogno, le cose sono andate così.

Entro al Neon e noto che – strano a dirsi, tenuto conto del nome del bar – le uniche luci che illuminano l’ambiente sono i neon affogati sotto il ripiano traslucido del bancone, con la conseguenza che chi è più alto di tale superficie è illuminato da sotto in su, come in un mondo capovolto ocra[ix] e glowy, la cui fuga prospettica centrale è una lampada da tavolo sferica che strizza l’occhio alogeno giallo[x] da un vano oltre la porta che si apre sulla parete opposta all’ingresso, mirabile icona degli anni d’oro del forniture design del secolo scorso di cui non ti dirò nulla, poiché ora ciò che importa è rilevare i modi squisiti con cui il barman mi accoglie, «Tu sei Jake!», stringendomi la zampa, affabile, ed informandosi sulla mia conoscenza dell’opera di Gunn, con fare curioso. Mica come quella arpia che sorveglia il varco di cui ti ho raccontato nel GR # 2, la CSBA[xi], per la quale un richiamo alle buone maniere sarebbe più urgente di una doccia per il Sasquatch[xii]. Fatto ancor più lodevole, il barman mi presenta alla rossa che mi affianca lungo il bancone, cui non lesino la mia ouverture più classica «What’s a sweetheart like you doin’ in a dump like this?[xiii]», perché è ai classici che ci si affida quando si è colti alla sprovvista, giusto? Così accenno all’american primitive guitar e lei ribatte con il punk ed il grunge, offrendosi di fotografare il concerto per me con il suo smartphone nero, che fa bella mostra, sul dorso, del logo rubato argento di cui sai, parlandomi dei suoi due lavori e chiudendo benevola il vuoto lasciato da me, che del mio lavoro parlo poco anche sotto tortura, e la nostra intesa, come capita, cresce proprio grazie a questa distanza diametralmente opposta – e all’alcol, ok –  artificiosa come l’illuminazione al contrario di questo bar, e più fragile dell’estate indiana che ci aspetta fuori.

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Reports from the edges of the stage & beyond

Poi questo tizio alto così esce dalla porta di cui sopra con una Guild acustica da $ 4.999,99 (nel 2013)[xiv], e solo a sentirlo che l’accorda, gli astanti ammutoliscono e per un’ora non fiateranno più, perché, solo accordandola, Steve la suona già meglio del 99% dei chitarristi a cui questi abbiano mai prestato orecchio. Il fingerpicking esagerato ed ipnotico del nostro e la sua voce ispirata decollano sulle note di “The Lurker”, ammaliano con un inedito per slide che sa di frontiera, fanno girare la testa con “Water Wheel” e le altre perle di “Time-off”, irretiscono con il gradito ripescaggio di “Dusted Mind” e si dilatano nella lunga e mesmerica “Trailways Ramble” in chiusura, letteralmente incantando, tanto che gli intervenuti durante tutta la performance chiedono da bere servendosi esclusivamente di gesti, come se il bar fosse finito sott’acqua, mentre la stella di questo ragazzo pulsa da impazzire, sempre più, fino a dare l’idea che, da un momento all’altro, possa esplodere e spazzare via tutti noi, il bar, la vecchia colonia romana e magari anche il sogno che ci racchiude. Caro Jack Rose, dovunque tu sia, sorridi: Steve Gunn ha raccolto l’eredità ed ora va per la sua strada con la schiena dritta.

Sì, sì, lo so, avrei potuto restare a casa e scrivere una poesia spudorata e sottile sul nostro primo surreale incontro, nessuno se ne sarebbe curato, sai, solo parole sparse intorno a te senza citarti mai, come aggirare una pozzanghera per non bagnarsi i piedi, iniziando al solito con un totale spreco di immagini, per svegliare ciò che è sopito in te, l’avrei potuta scrivere perché si annoiava a morte e voleva essere scritta, voleva essere te[xv], ed accompagnarla bendato al di là del bosco dei pensieri inutili, ad occhi chiusi oltre le cenge friabili della retorica fine a se stessa, mano nella mano[xvi] fino in vetta, col fiato in gola, per poi lasciarla andare al largo e guardarla da riva mentre rimpicciolisce, mentre si allontana da me senza voltarsi, lasciando intuire che anche stavolta la fine l’avrebbe decisa lei.

Invece l’ho tradita per un paio di birre, una sconosciuta rossa che ama il grunge (nel 2013), ed un tizio alto così, di Philadelphia, PA, che però vive a New York, NY, e scrive lunghe lunghissime storie per la sua Guild, che non finiscono mai con una fine.

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[i] Campo Magnetico Casalingo, ndr.

[ii] Principessa dello Spazio Bitorzolo, ndr.

[iii] Ti è chiaro che era sera, caro lettore?, ndr.

[iv] Quale ringraziamento per i servizi resi dalla pubblicità occulta negativa dispensata dal sottoscritto a totale detrimento della diretta concorrente (vedi GR # 4), ndr.

[v] Così sbadato da lavorare 24 ore al giorno per 6 giorni, like a mule, e presentarsi all’Ufficio Brevetti per depositare il marchio di domenica (dunque in ritardo rispetto a quello sfaccendato – altro che nomen omen – di Steve Jobs che, avendo assistito al making della citata scena clou, ed essendone stato letteralmente folgorato, aveva già provveduto al deposito dello stesso marchio in settimana), giorno che tra l’altro, per colmo di sfiga, è proprio dedicato al Creatore stesso; di domenica, cribbio, cioè nell’unico giorno in cui – lo sanno anche quelle capocchie di spillo delle Guardie Banana, accidenti –  tale ufficio osserva un meritato riposo, cui quella volta fu costretto Egli Stesso a rassegnarsi, dopo avere messo una volta per tutte a nanna le residue possibilità di diventare ricco sfondato con lo sfruttamento dei proventi del suddetto marchio, e rimboccato loro ben bene le coperte. Ciò potrebbe metterti una volta per tutte sulla strada buona per dare una risposta un po’ meno campata per aria di quella – risibile – fornita dalla geofisica tettonica riguardo al perché ci siano terremoti così devastanti in California, ndr.

[vi] Finn, la Principessa Gommarosa ed il sottoscritto fummo introdotti alla cerimonia del tè ballerino dalla Principessa dello Spazio Bitorzolo (PSB) ormai qualche anno fa. Ricordo che quella volta Finn si lamentò della difficoltà di bere il tè nello stravagante luogo in cui si svolse il nostro incontro, in pratica, una serie di  piattaforme rimbalzanti. Gommarosa  lo invitò allora a tranquillizzarsi, sostenendo che per padroneggiare alla perfezione la tecnica necessaria a bere il tè ballerino sarebbero occorsi anni. Al che intervenne la PSB, la quale garantì che, al contrario, farlo era facile, ma Finn la apostrofò dandole dell’imbrogliona e ricordandole che per lei era facile poiché – al contrario di noi tre – anziché rimbalzare, fluttuava come suo solito a mezz’aria.  La PSB, piccata dall’osservazione di Finn, spense i suoi poteri, con l’intento di dimostrare a quest’ultimo di essere in ogni caso in grado di bere la bevanda senza il loro aiuto, riuscendo però  a procurarsi null’altro che una brutta caduta, durante la quale mi diede accidentalmente un morso. Subito l’impronta del morso iniziò a tramutarsi in bitorzolo, e mentre io la ignorai derubricandola a nulla di preoccupante, la PSB spiegò che si trattava invece della prima fase della Bitorzolia: una malattia che si verifica ogni volta che una persona dello Spazio Bitorzolo morde una “persona liscia” (simile alla maledizione dei lupi mannari). La Bitorzolia avvia il processo di trasformazione di una persona liscia in una dello Spazio Bitorzolo, e se la vittima non è curata entro il tramonto, resterà per sempre bitorzola. Intanto, il mio braccio destro e la corrispondente gamba avevano già cominciato a diventare bitorzoli, così la PSB portò Finn e me nello Spazio Bitorzolo alla ricerca dell’antidoto. Anche la Principessa Gommarosa sarebbe dovuta venire con noi, ma fu costretta a ritirarsi in bagno sospirando «Non avrei dovuto bere tutto quel tè». La PSB ci condusse nella Foresta di Zucchero Filato fino al portale, costituito da una rana ed un fungo: la PSB recitò alla rana la password, che era “CHISSENEFREGA2009!”, e fummo trasportanti nello Spazio Bitorzolo. Lì, la PSB prese a mostrarci casa sua, ma Finn la richiamò all’urgenza della situazione, allora lei ci rivelò che l’antidoto si trovava al Promontorio dello Sbaciucchio, ma che per raggiungerlo avremmo dovuto usare un’auto o saremmo caduti nell’Abisso Bitorzolo. La PSB tentò di servirsi dell’auto dei suoi genitori, ma loro glielo proibirono poiché lei gli fece il verso, mancando loro di rispetto, dileggiando il padre perché riteneva inammissibile la presenza di persone lisce nello Spazio Bitorzolo e facendo piangere la madre. Finn chiese alla PSB se conoscesse qualcun altro in possesso di un’auto e lei rispose che la sua amica Melissa ne aveva una, ma che la stessa aveva preso ad uscire con il suo ex-boyfriend, Brad. Finn era frustrato dal fatto che la PSB si stava di nuovo dimenticando dell’urgenza della situazione. Lei chiamò Melissa, che le ricordò che proprio quella sera c’era il settimanale ballo scolastico dell’orgoglio bitorzolo, il che sconvolse immediatamente la PSB, poiché se ne era dimenticata. A quel punto Finn le prese la cornetta di mano, e fingendosi lei chiese a Melissa se potesse portarci al Promontorio dello Sbaciucchio e questa acconsentì. Intanto la mia bitorzolia stava peggiorando al punto che avevo iniziato a comportarmi come una persona dello Spazio Bitorzolo. Melissa ci diede un passaggio fino al Promontorio dello Sbaciucchio, fermandosi prima a casa di Brad per prelevarlo. La PSB sentenziò che quel viaggio sarebbe stato colmo di tensione romantica, e appena Brad salì in auto con noi, ci rivelò che, quando loro due uscivano insieme, lei era solita sedersi con lui nei sedili posteriori a sgranocchiare patatine al formaggio e chili. Al Promontorio dello Sbaciucchio, incontrammo tre persone dello Spazio Bitorzolo (Monty, Lenny, e Glasses) che odiavano essere bitorzoli ed usavano una sfera (l’antidoto) in modo da sembrare lisci. Stavano per passare l’antidoto a Finn e me, quando la PSB saltò fuori insultandoli ed apostrofandoli con l’epiteto di “poseurs”. Finn gridò alla PSB di aver rovinato tutto e lei, sentendosi offesa, urlò di rimando che stava cercando di fare meglio che poteva, poi si dileguò diretta al ballo scolastico, insieme a me che, improvvisamente, mi ero completamente trasformato in bitorzolo. Finn biasimò se stesso per non essere stato in grado di salvarmi e poi, in un eccesso di rabbia, dichiarò che avrebbe distrutto lo Spazio Bitorzolo. I poseur, colpiti dall’odio di Finn per ciò che è bitorzolo, indietreggiarono  consegnandogli l’antidoto. Poi Finn dovette preoccuparsi di trovare il modo di raggiungere il ballo scolastico, ma i poseur lo misero in guardia ricordandogli che sarebbe certamente caduto nell’Abisso Bitorzolo, essendo una persona liscia. Allora Finn comprese che per farcela avrebbe dovuto essere bitorzolo, così si fece mordere dai poseur ed i morsi multipli accelerarono il processo di bitorzolizzazione. Dopodiché, irruppe nell’edificio dove si teneva il ballo e mi vide, Jake Bitorzolo, alle prese con le danze. Finn tentò di somministrarmi l’antidoto, ma a causa del mio nuovo comportamento bitorzolo rifiutai, proprio mentre anche lui si trasformava completamente in bitorzolo. Poi quando Finn Bitorzolo fece per andarsene con l’antidoto, ci azzuffammo per il suo possesso, ed infine, accidentalmente, mi sedetti sull’antidoto e ritornai di nuovo normale. Finn Bitorzolo si rifiutò di sedersi sull’antidoto e tentò di fuggire, ma si scontrò con un energumeno dello Spazio Bitorzolo e perse conoscenza. Si svegliò seduto sull’antidoto, già tornato normale. Finn si scusò con la PSB, per aver inveito con lei, e la PSB ci disse che avremmo potuto fare pace se le avessimo concesso un ultimo ballo. Io risposi con voce bitorzola, fingendomi ancora bitorzolo, ma poi dissi loro che stavo scherzando, e così ballammo.

[vii] William T. Vollmann, ndr.

[viii] “Il calderone”, altresì universalmente noto come la “Sacca di Stalingrado”, nella quale la 6ª Armata tedesca, composta da un numero di soldati dell’Asse tra i 250.000 ed i 280.000, si trovò in trappola, accerchiata dall’offensiva russa partita il 19 novembre 1942 con l’operazione Urano, il cui successo, pressoché evidente dopo solo quattro giorni, produsse un repentino ribaltamento dei ruoli in battaglia, con l’assediante che diventò l’assediato; la tipica situazione del kessel, insomma, ndr.

[ix] Ma a questo colore fai la tara che ritieni di fare, tenuto conto che la mia vista è affetta da disturbi cromatici da fare invidia a Van Gogh, ndr.

[x] Vedi ix, ndr.

[xi] Cortese Signora Bionda Astigmatica, vedi GR # 2, dove il termine “Cortese” è sempre stato usato con sarcasmo, se non l’avevi capito, ndr.

[xii] Sarebbe l’Abominevole Uomo delle Nevi: se non fosse per il problema di blocco dell’immaginazione più volte citato all’interno di questo report, potresti figurartelo come un grosso scimmione, piuttosto peloso e del tutto indifferente alle basilari regole igieniche, che scorrazza sulle nevi perenni delle catene montuose più impervie, ma tant’è, fai come me, vai su Wikipedia, ndr.

[xiii] Cosa ci fa una laureata in Lettere Classiche e Storia Antica come te in una discarica come questa?, ndr.

[xiv] Benché, come ben sai, non ci sia un culo che valga più di $ 50 (nel 1977), ndr.

[xv] Caro lettore, non volermene, non so come altro dirtelo per cui sparo e basta: ho scoperto che i lettori di questo blog non sono lettori, bensì lettrici per il 54%, con una preziosa e benvenuta componente tra i 18 ed i 35 anni che si attesta intorno al 37% del totale. Insomma amico, sei un’amica, capito? Quindi, conto fino a tre e poi passo senza ulteriori indugi a fare il cascamorto con te, d’accordo? Non te la prendere, dai, amici come prima, ok?, ndr.

[xvi] Sì, sì, lo so, sono un cane giallo, per cui non ho mani, ma zampe, però cerca di immaginartele lo stesso, fa parte della terapia di riabilitazione dal tuo brutto blocco: fai uno sforzo, dai!, ndr.

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