GONZO REPORTS # 5

23102013868

Dead Meadow @ Sidro Club 22.10.2013

Jay

Lo sanno anche quelle teste di capocchia delle Guardie Banana, che sono solo degli sciocchi mutanti prodotti dalla Guerra dei Funghi abbattutasi in passato sulla Terra di Ooo, che se vuoi fondare una rock band psichedelica ti toccherà premurarti di infilarle un colore nel nome, mentre se vuoi partorire una punk band allora è alla morte che dovrai rivolgerti per battezzare la tua creatura, alla morte e ai suoi fedeli servitori, gli agenti della decomposizione ed il marciume in genere (avendo magari l’accortezza di toccarti pure i soprammobili, se ritieni – caro lettore – e di farlo prima di maneggiare tali schifezze).

Infine, soltanto se proprio vorrai distinguerti per quel dannato eclettico che dici di essere, e dunque sarà ad una punk band sui generis che aspirerai, grazie alla quale, dopo un triennio seminale per l’hardcore, aprirai a cadenze più compassate, permettendo al frontman venuto da Washington, DC di declamare le sue spoken words – che ha scritto nel diario del tour europeo dell’81 con i Minutemen, diario che con l’ossessiva lucidità che lo contraddistingue continua a ritrovare puntualmente, nonostante Dez, Chuck e tu glielo nascondiate ogni volta che vi gira le spalle tatuate – snocciolando stentoreo sermoni d’amore per il suo ego, sul suo ego, e con il suo ego a far da comparsa quando meno te l’aspetti, in faccia agli attoniti kids che, poveracci, erano venuti solo per sentirti suonare Six Pack, 19th Nervous Breakdown, TV Party, Depression e Louie Louie, soltanto in tal caso, dicevo, in spregio alle di cui sopra enunciate 2 regolette, incastrerai a forza un colore nel nome della tua band, ma sarai limitato dagli Dei del Rock all’uso del solo nero, e tuo fratello Raymond ti suggerirà quel nome, disegnando anche – pensa te, che culo avere un fratello creativo –  quel logo jakecosmico e finntastico con la bandiera divisa in quattro rettangoli verticali, roba da fare impallidire Joseph Albers e Mark Rothko – e il nome sarà…[i]

Così, la band di cui ti racconto questa volta, affezionato lettore, si è trovata in coda alla fila della mensa dei poveri gruppi senza nome, quando ormai altri si erano pappati le portate psych più succulente (Blue Cheer, Black Moth Super Rainbow, Green River, Pink Floyd, Great White, Deep Purple, King Crimson, Quicksilver Messenger Service, Red Crayola, Cream, Yellow Magic Orchestra, etc), nonché gli scarti punk più avariati (Dead Kennedys, D.O.A., Dead Boys, Dead Fucking Last, Dead Milkmen, Germs), ed altri ancora avevano dato sfogo al loro eclettismo sovvertendo le 2 regolette sopra citate (Grateful Dead e Black Flag), per cui i nostri, come sciocche Guardie Banana, non ci si sono più raccapezzati, sono andati nel pallone, hanno preso la tangente, si sono abbandonati alla deriva, e fluttuando su quel brodino di scarti che gli restava hanno pescato questo nome loffio, Dead Meadow – prato morto – che neanche i rangers del Sequoia NP avrebbero potuto fare peggio; e stiamo parlando di gente che ha chiamato Moro Rock un monolito di granito che affaccia sulla Central Valley ed il Great Western Divide, per il semplice fatto di trovarlo un po’ più scuro degli altri sassi nei dintorni; Crescent Meadow un prato in mezzo alla Giant Forest, che allude sfacciato alla sinuosa forma della mezzaluna; Tunnel Log un tronco di sequoia abbattuto attraverso il quale hanno scavato un passaggio per le loro onnipresenti auto; nonché General Sherman Tree, General Grant Tree, e così via, per tutti gli alberi che gli è parso di nominare con i nomi dei vecchi generali della guerra di secessione.

22102013853Quindi, martedì sera era martedì ed era già sera, e questo nome loffio e sfigatello, prato morto, era la secca in cui si erano incagliate le mie anemiche trame di fuga dal CMC (Campo Magnetico Casalingo, ndr). A ciò aggiungi che i dolcibotti, inizialmente dichiaratisi favorevoli all’uscita, avevano già recapitato al sottoscritto il loro consueto florilegio di defezioni con allegate scuse, tra le quali spiccavano l’immaginifica “La mia auto si è rotta in Texas.” ad opera di Fettuccina, la medica “Tosse, raffreddore e un po’ di febbre… salto per causa di forza maggiore!” licenziata da Cannello, l’avventuriera “Non credo di riuscire a venire perché ho una riunione di lavoro a Capo Nord dalla mattina, quindi o mi fermo al concerto al ritorno o, se sarò stanco come credo, salterò!” e l’aleatoria “Se per caso riuscissi a sopravvivere alla giornata e tornare in tempo, e ti chiamassi poco prima, mi passeresti a prendere?” entrambe ascrivibili all’estro del Conte Limoncello, l’alambicco “Sabato scorso mi avevi detto che il concerto era lunedì, non martedì! Martedì non posso, la mia fidanzata ha già un impegno.” dal ricettario del Dott. Ciambella – ehi doc, avevo invitato te, non tua moglie, ok? -, il filosofico “Mi piacerebbe molto, ma come ben sai Jake, tra il dire e il fare…” dono dell’ermeneutica di Flambo, ed il minimalista “Mi dispiace io non ci sono” vergato per sottrazione da Maggiormenta.

Cionondimeno, approfittando dell’assenza della PSB[ii] tra le mura domestiche (se vogliamo chiamarle così, benché – di fatto – si tratti piuttosto delle pareti cave di un bell’albero, con le radici ficcate nel fertile suolo della Terra di Ooo), e del conseguente progressivo indebolimento del CMC stesso provocato da cotanta assenza, ho ficcato Finn nel letto e mi sono fiondato al Sidro Club di Wall, SD[iii].

Ed eccomi qui seduto su una panca fuori dal Sidro, in questa tiepida notte d’autunno del South Dakota, a trangugiare birra che, in via del tutto eccezionale, la Barista a Pois mi ha affidato evitando di rifilarmi la solita patacca[iv], a seguire con lo sguardo le luci della zona artigianale di Savignano convergere in fuga, attraverso la prateria, verso l’ombra frastagliata delle Black Hills, le colline sacre dei Lakota di Crazy Horse, mentre questa band di supporto, Three Eyes Left, che a giudicare dal nome si è messa anche lei in fila a ritirarlo prendendosela piuttosto comoda, fa tremare la vetrata alle mie spalle con i toni bassi del loro stoner-metal-sludge, che ascoltato da qua fuori non è poi tanto diverso dall’effetto che farebbero le macchine idropulitrici esposte nella vetrina della ditta a fianco, se un disco volante sfrecciasse a bassa quota sopra questi tetti provocando l’improvvisa accensione di tutto ciò che è elettrico, oltre alla caduta di qualche tegola.

«Ma questi lo sanno che l’apice di ‘sta roba si chiama Lysol e l’hanno già incisa i Melvins?» sentenzia il vecchio saputello di turno, mai abbastanza lontano da me, un attimo dopo avere invitato un tizio che sembrava volere fare pace con lui ad innominabili pratiche orali genuflesse a suo favore – sempre a squarciagola, ma servendosi del delizioso dialetto locale – ed appena prima di intavolare un’apologia accorata e del tutto sconclusionata a favore dell’ultimo ennesimo album di cover di Mark Lanegan, così di parte e beota da fare arrossire di vergogna tutti i Doug Fir di Ellensburg, WA, compreso il lounge. Poco più in là, nel piazzale, una troupe televisiva sta facendo interviste agli astanti, il che mi fa supporre che la notte del South Dakota stia per diventare il prossimo hype, ma non ci giurerei.

22102013854Prendo a far dentro e fuori dal locale, impaziente, incrociando ogni tanto lo sguardo con la CSBA (Cortese Signora Bionda Astigmatica, vedi GR # 2, ndr), che ha la fissa di fissarti dritto negli occhi, da dietro quegli occhialini di cellulosa bianca, con sincere occhiate di rimprovero che io trovo sexy da morire – sì, mi fai, CSBA, adesso basta ipocrisie, ok? – ma che forse dovrei prendere più seriamente, non so, mentre i Tre Occhi Rimasti continuano a sbriciolare ben meno nobili bulbi – a proposito dei quali l’unico altro indizio che ti fornirò stasera, lettorino amoroso, è che me ne sono rimasti due – ed io comincio a chiedermi come farò a sopravvivere al secondo gruppo di supporto senza che nuove rughe solchino il mio volto sciupato, quando, fuori dal Sidro, la Principessa Fantasma (PF) mi appare nel cielo nero della prateria annunciandomi di essersi presa personalmente cura della Strangers Family Band – di cui so solo che si devono essere messi in fila a ritirare il nome quando ormai gli uffici dovevano avere chiuso i battenti – spaventandoli e mettendoli in fuga dalle parti di Sturgis, SD, almeno fino a che tale spavento e la minaccia incombente della regale spettrina non li ha fatti letteralmente esplodere, a suo dire, come dolcibotti qualsiasi.

Quindi, se non sei stato schiacciato dalle possenti zampe di queste premesse elefantiache e stai per goderti lo scarno resoconto del concerto della band con il nome del cavolo che sai, perché sei ancora qui a leggere, secchione caro, proprio mentre fuori della porta, nel tuo quartiere, ragazze giovani, alte ed incredibilmente belle, in abiti succinti di percalle, vagano annoiate e sole in cerca d’amore, sobillate dal dolce tepore dell’estate indiana e disorientate dalla miserevole “app bussola” dei loro iphone, i cui schermi riflettono interrogativi nasini all’insù e perplessi battiti di ciglia arricciate, meravigliosamente allineati ed in sincrono con le pulsazioni cosmiche che rimbombano nella cassa toracica della Terra di Ooo, lo devi di sicuro alla tua perseveranza, oltre che ai tuoi deprecabili gusti, ma ricordati di ringraziare anche la solerte PF[v], accorsa in mio aiuto quando le forze vacillavano, ed io stavo per gettare la spugna.

23102013860Reports from the edges of the stage & beyond

Ed eccomi qui, con sulle spalle un mammuth di sonno e alle spalle i kids del rock acido, alle porte di un mercoledì mattina lavorativo, in piedi col mal di piedi nella postazione migliore per seguire un concerto di un power trio, cioè sull’orlo del palco, al vertice basso del rombo formato da batteria in alto, chitarra a dx e basso a sx.

Eccomi qui, mentre i Dead Meadows snocciolano piano il loro neo psychedelic stoner rock, dove neo significa che oggi, nel 2013, ci sono band di trentenni che si sono rimesse a suonare quella musica che altre band di altri trentenni suonavano prima del punk, rigidamente dentro canoni estetici e soluzioni sonore ultra datate – per quanto godibili – che tanto per dire prevedono anche l’assolo di chitarra, che si credeva estinto da quella volta che un enorme meteorite, impattando con il Colorado Plateau, formò il Meteor Crater di Winslow, AZ, quando ancora non c’erano nessuna Winslow e nessuna Arizona, e l’intero Colorado Plateau non era altro che una rossa montagna sommersa nella Pangea di tua nonna; band di trentenni, dicevo, che anziché riferirsi agli Dei del desert rock degli ’80 e dello stoner dei ’90 del secolo scorso (cioè segnatamente e rispettivamente THIN WHITE ROPE e KYUSS), si sono messe a scartabellare nella collezione di dischi dei loro rattrappiti patriarchi, tirando fuori i vinili ammuffiti dei due John con il manico a mollo nell’acido dei ’60 del secolo scorso (che per te che non c’eri – ciccino – di cognome fanno Garcia e Cipollina).

Così, piano piano, ‘sti bravi picciotti rilassati e compassati, dopo aver ringraziato i guys per ben 3 volte per essersi presentati al concerto nonostante fosse martedì, suonando perlopiù i brani del loro ultimo album, ma concedendosi anche a qualche gradito passo indietro (“The Great Deceiver”) vincono la mia iniziale diffidenza e mi portano via di qui, ed è proprio perché la loro musica è così vecchia e scontata, che oggi funziona a meraviglia, oggi che non c’è più alcun presente. Mi portano via di qui, dove strisciano i sonagli del wah-wah di “Six to Let the Light Shine Thru”, si innalzano i crescendo acidi di “1000 Dreams”, si dipana la discesa agli inferi di “Rains in the Desert”, ed i cavalli selvaggi di “Yesterday’s Blowing Back” attraversano al galoppo l’altipiano riarso come fantasmi, perdendosi nel labirinto di pinnacoli di “This song is over” – l’occhio del falco è la telecamera – ed io sono ancora una volta in piedi sul Mesa Arch che guardo il sole sorgere dietro le La Sal Mountains, mentre l’intradosso dell’arco si tinge di rosso fuoco, sono steso a Muley Point sul bordo della Cedar Mesa a godermi la vista del confine della San Juan County, la Monument Valley, la Valley of Fire, i goosenecks del San Juan River, cammino sul parapetto del Dewey Bridge sul Colorado, nei dintorni di Moab, UT, sono accovacciato cercando l’ombra del ginepro mentre dal lembo estremo del south rim contemplo Spider Rock stagliarsi davanti a me come un’enorme dente rosso spuntato dal Canyon de Chelly, sono a Dead Horse Point al tramonto senza nemmeno un francese in giro a stappare champagne[vi], sono ad Island In The Sky, seduto sul macigno a Grandview Point, sono a Hopi Point a fissare il north rim del Grand Canyon tingersi del rosa dei suoi coralli, sono sotto l’Owachomo bridge senza più un goccio d’acqua nella borraccia…

Sono Robert LeRoy Parker[vii], il 24 giugno 1889 fuori dalla San Miguel Valley Bank di Telluride, CO, con Matt Warner ed i due fratelli McCarty, prima di entrare, prima di sparire a Robbers Roost, Nowhere, UT, con $ 21.000 nelle bisacce dei cavalli; Robert LeRoy Parker, il 13 agosto 1896, con Elzy Lay, Harvey Logan e Bob Meeks davanti alla banca di Montpellier, ID, a fissare negli occhi $ 7.000 da sotto la tesa del cappello, pochi giorni prima di reclutare Harry Longbaugh[viii] nel Mucchio Selvaggio; Robert LeRoy Parker, il 21 aprile 1897 a Castle Gate, UT, ad aspettare con Elzy Lay che gli uomini della Pleasant Valley Coal Company escano dalla stazione ferroviaria con le paghe per i minatori, un sacco contenente altri $ 7.000 in oro; sono Robert LeRoy Parker, George Curry, Harvey “Kid Curry” Logan, Harry Longbaugh, Elzy Lay, Ben Kilpatrick, Harry Tracy, Will “News” Carver, che cavalcano liberi nella terra delle rocce-in-piedi, nei labirinti, nei bacini riarsi, sotto i pinnacoli, le guglie, le balanced rocks e gli archi, lungo le creste ed oltre esse, in fuga verso Hole-in-the-Rock, WY, verso il deserto di San Rafael, Shenanigans Canyon, Leprechaun Canyon, verso il Maze, verso Canyonlands, dove come un miraggio la storia evapora e si congeda, per lasciare che sia la leggenda a prevalere, alla fine.

E tutto per € 8, senza consumazione.

23102013862


[i] Ti piacerebbe, eh? Su, su, un piccolo sforzo!

[ii] Principessa dello Spazio Bitorzolo, ndr.

[iii] Vedi GR # 2, ndr.

[iv] Vedi GR # 2, ndr.

[v] La quale PF, si accomiatò con i suoi modi che non so se solo timidi o anche sbadati, sussurrando piano e scandendo lentamente, quasi incomprensibile, un «C-i-a-a-a-o, J-a-a-a-k-e…» flebile, frutto della sua spiccata insicurezza ed innocenza, ignara di ciò che le sarebbe accaduto proprio quella notte, dalla quale sparì letteralmente senza lasciare alcuna traccia di sé. La settimana seguente, Finn ed io, sfrecciando su una poltrona-slitta tra le montagne del Regno di Ghiaccio, cademmo in un buco, incappando in Re Ghiaccio in barbuta persona, facendolo infuriare per la nostra disinvolta violazione territoriale, e dopo aver lottato contro i guerrieri di neve evocati dal Re, venimmo imprigionati in un enorme cubo di ghiaccio, e tradotti dal Re stesso, tramite una carriola, nella prigione del suo castello, dove trovammo rinchiuse sette principesse che chiedevano di essere liberate. Al che, Finn chiese a Re Ghiaccio lumi sul perché di quella copiosa cattura, e quest’ultimo rispose che era assillato dalla scelta della sposa giusta per lui. Le principesse però non volevano saperne di sposarlo, e si fingevano lusingate e divertite dalle morbose attenzioni del Re, per paura di essere uccise. Re Ghiaccio, ascoltata la PSB dire che non si stava divertendo per niente, obbligò le principesse a suonare ognuna uno strumento diverso, minacciandole di morte se non lo avessero fatto. Io ero appena stato congelato, per aver tentato di aprire la porta della cella con la mia mano chiave, ma Finn escogitò uno stratagemma mentre le principesse suonavano con Re Ghiaccio, facendo uscire il Re dalla stanza con un pretesto, e comunicando alle principesse il suo piano. Tornato il Re, Finn e le principesse fecero finta di divertirsi un mondo e di volerlo nella cella, ma quando questi aprì la porta, permettendo alle principesse e a me di fuggire, Finn lo prese a pugni facendogli perdere i sensi. Re Ghiaccio si ritrovò in un sogno, senza vestiti e coperto solo dalla sua barba, mentre solcava in volo il cielo stellato, chiedendosi perché lui non piacesse alla gente (“Forse, ho la barba troppo ispida?”), quando un Gufo Cosmico apparve al suo cospetto accusandolo di essere sociopatico, ma Re Ghiaccio lo derise chiamandolo “ imbranato volante”. Fatto rinvenire dai suoi pinguini, Re Ghiaccio scoprì che le principesse e Finn erano riusciti a fuggire sulla schiena del sottoscritto. Fu proprio durante la fuga che la Principessa Gelatina si dichiarò a Finn dicendogli di averlo scelto come “bocconcino” (fidanzato), ma quest’ultimo non parve tanto d’accordo. Ci pensai io a toglierlo d’impiccio, raccontando una frottola sul suo conto, che fece inorridire la Principessa Gelatina, rivelandole cioè – ma questa tienila per te curioso lettore – che Finn fa sempre la pipì a letto.

[vi] Jean Baudrillard, segnatamente, vai a fare in… , ndr.

[vii] Butch Cassidy, ndr.

[viii] Sundance Kid, ndr.

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