GONZO REPORTS # 4

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Indian Jewelry @ Clan Destino 19.10.2013

Jay (pics by Maggiormenta and Spicchio)

Non c’è niente di più facile che raccontare un concerto quando tutti i tuoi lettori, nessuno escluso, sono al concerto con te: «Ehi, amigos, ma che seratona è stata, eh? Questi qua spaaaccano!» e così via… Uno scambio di sguardi complici, un giro di pacche sulle spalle e tutto finisce lì.

 Se non fosse per te, finirebbe lì.

Ma tu no, caro lettore, tu non hai prestato ascolto alla vocina in falsetto del tuo animo psych che ti intimava di non perdere gli Indian Jewelry, e hai preferito credere che la vocina di cui sopra fosse solo Arisa ospite di X-factor in TV; proprio tu, che ami la band della Space City (che non è il nome di un regno di “Adventure Time”, sapientino amorevole, ma solo uno dei soprannomi di Houston, TX) fin dai loro primi vagiti, venerdì dopo cena hai cionondimeno trovato che il costume da Coglione™ (vedi GR # 3, ndr) ti calzasse a pennellino, e Faenza fosse decisamente più lontana della camera da letto; tu che, a forza di specchiarti la sera nel suddetto costume, non frequenti un concerto da quella volta che, in cambio di alcune centinaia di $ in cartoni di birra, hai ceduto agli Hell’s Angels di Ralf “Sonny” Barger l’organizzazione dell’ “Altamont Free Concert” all’Altamont Raceway Park di Tracy, CA, il 6 dicembre 1969, tra l’altro con le conseguenze universalmente e tristemente note di cui sappiamo; tu che sei la solita dannata eccezione alla solita dannatissima regola; tu che, tra l’altro, eri il nostro eroe, caro lettore, il nostro eroe, diamine… Tu, tu e ancora tu: questo GR # 4 mi tocca scriverlo per te, perché gli altri dolcibotti erano tutti lì al concerto.

Ogni tanto, però – qualche volta, dai – la sera magari esci solo un po’, sì?

Venerdì è stata una seratona coi fiocchi. Maggiormenta, Cannello ed io – il tuo amico Jake – siamo partiti di buon ora dal parcheggio che chiameremo con il nome fittizio di “parcheggio del Puente Hills Mall di Rowland Heights, CA”, con l’obiettivo di raggiungere un altro vicino parcheggio che chiameremo convenzionalmente “parcheggio del Machus Red Fox Restaurant di Bloomfield, MI”, ove ad attenderci avremmo trovato Spicchio, un dolcibotto del Regno di Dolcilandia, con il quale – e grazie al potente mezzo del quale – avremmo raggiunto Faenza in uno zot.

Prima però, Maggiormenta ed io, in attesa di Cannello, ci siamo dovuti sorbire la scena clou dell’ultimo (mi auguro, ndr) episodio di una black comedy di cui non conosco il titolo, ma, se la serie non finisce presto, posso immaginare l’epilogo, nel quale un aitante LUI, con un corredo dialettico insufficiente anche solo per presentare il curriculum propedeutico all’assunzione, in qualità di garzone di bottega, ai pittori paleolitici della grotta di Lascaux, ed un Samsung Galaxy S4[i] nella mano sx (che scopriremo fornire a costui fondamento per i suoi sospetti), intimava, con l’indice della mano dx puntato, l’immediata interruzione della fuga, altresì prefigurando un successivo ed inesorabile supplemento di ampie ed attendibili delucidazioni, ad una peraltro sfuggente e dotatissima di ben altri corredi LEI, proprio lì, nel parcheggio che abbiamo chiamato con il nome fittizio di “parcheggio del Puente Hills Mall di Rowland Heights, CA”, con le seguenti concitate parole: «Eh no, eh… tu non te ne vai così, no! No! Al telefono non rispondi dalle 2:30 (CET) alle 8:00 (CET) e adesso te ne vai? Eh, no! No… adesso tu mi dici dove sei stata! Dove c***o sei stata, oh?!» e così via… citando, forse inconsapevolmente, la canzone più famosa e stracoverizzata di quel gran maestro di Lead Belly, uno che al Texas gli dava del tu, caro lettore, anche se era nato in Louisiana, e si chiamava così perché aveva una pallottola nella pancia, mica noccioline.

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Ed eccoci là, finalmente all’ingresso del venticinquenne Clan Destino, sempre bello ma un po’ desertino, almeno al momento del nostro arrivo (poi si sarebbe riempito tutto, ndr), perché, da bravi vegliardi, l’abbiamo approcciato troppo in anticipo: appena entrati, la non più venticinquenne ma sempre leggendaria barista (non la Morena, l’altra, quella alta coi capelli lunghi, su, ndr), servendoci le prime quattro di un numero offuscato di birre che avremmo solertemente consumato nell’arco della serata, ci ha già scansionato e chiesto da dove veniamo, che – dai – si vede che non siamo di Faenza, e per quanto ci si adatti Dolcelandia e Ooo sono davvero molto molto lontani dall’Emilia.

Birre alla mano ci siamo seduti al tavolo del soppalco proprio vicino a quello della band, che stava serenamente cenando, a parlare dei nostri tre argomenti fissi, di cui i due che ti svelerò stavolta sono il rock e la filosofia spicciola.

Poi, sollevando con ricalcata distrazione, che mal celava interesse, lo sguardo felino dal display dello smartphone, la cui marca terrò in serbo finché il suo produttore non provvederà al bonifico per la somma pattuita a favore del sottoscritto, Mary S mi ha sorriso, proprio mentre Maggiormenta ci introduceva all’ultimo album dei Fuck Buttons[ii] che fuoriusciva gagliardo dagli speakers del locale.

Giuro, è stata lei a cominciare – figurati che io non sapevo nemmeno che fosse nella band e la credevo la babysitter della figlia di Erika T – io le ho solo sorriso di rimando, per educazione, mentre queste due parole – fuck e buttons – svolazzavano nella mia mente, come zanzare in un’afosa notte d’estate in cerca di qualcosa da bere.  È stata lei a piazzare la zanzariera elettrica a forma di cuore (Racan Fly Grill 69 Heartshaped Special Edition, 3x13W, professionale) sulle loro innocenti e disgraziate traiettorie, e quando l’aria di quell’estiva notte psichica ha assunto un velato profumo di alucce d’insetto disintegrate, io mi sono perdutamente innamorato di lei (di Mary, eh, non della zanzariera elettrica. Stammi vicino – caro lettore – che qui la trama si infittisce, ndr). Ok, dai, a esser franchi fino in fondo, io la miciona la fissavo già da un po’ con la lingua fuori dalla bocca, caro mio, ma a mia parziale discolpa mi preme ricordarti che sono sempre io, Jake, cioè un cane del regno di Ooo, e la mia non era comunque l’unica lingua fuori dalla bocca, perché anche Erika T si stava prendendo cura delle zanzare di Maggiormenta, che oltretutto è un dolcibotto, mica un cane.

Ed eccoci là, in formazione classica ad un istante dall’inizio del concerto: Cannello alla postazione PC, che oltre a dominare dall’alto il palco, venerdì era anche a pochi cm da un tavolo di 4 tipe le cui zanzariere psichiche, pur richiamando il profilo di organi del corpo umano, non si può dire che fossero a forma di cuore, ma tu fa conto che io non ti abbia detto niente, che ‘sto blog è collegato ad un account fb e ad un twitter che hanno orecchie più lunghe dei radio telescopi del progetto SETI, per cui ammucchiamola qui; Spicchio sulle scale, per la visione assonometrica e di taglio, che predilige; Maggiormenta ed io con gli occhi negli occhi delle nostre rispettive bellone, etc.

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Reports from the edges of the stage & beyond

Appena Erika T appende al supporto di tastiera e power electronics la bandiera del Lone Star State, il concerto inizia con “Fire” ed il misterioso ed ipnotico sound degli Indian Jewelry ci avvolge tutti.  La stella solitaria sulla bandiera è il varco, e alla fine di “Freak Pride” molti presenti sono sulla soglia, mentre lo show visionario si raggruma in un aneurisma che ingoia il tempo, il fuso cade di mano e con esso anche noi cadiamo oltre il varco, guardando la goccia di sangue sul palmo, giù nel vortice di “Snake”, “Moonlight” e “See Forever”.

Di là, non c’ è alcun bianconiglio, ciccino caro[iii], ma l’enciclopedia completa della psichedelia texana, diciamo da “Lost Highway” di Hank Williams in poi, con il Rollercoaster dei 13th Floor Elevators che schizza su fino al collasso di “Hey” dei Butthole Surfers[iv], o se preferisci dal Larry McMurtry di “The Last Picture Show” che sale sul pick up con il James Lee Burke di “Two for Texas” per una corsa fino al Joe R. Lansdale di “The Nightrunners”, fa lo stesso.

L’enciclopedia la tengono gli Indian Jewelry, perché stanno scrivendo l’ultimo capitolo, ti è chiaro?

Di là, se non hai mai ascoltato rock o letto un libro decente, c’è solo la sequenza dell’highway di notte ripresa dall’auto che la divora, sospesa in loop eterno senza più un solo fotogramma del resto del film di Lynch[v] che, guarda un po’, si chiama “Lost Highway”, nel quale, se proprio ti mancano Lewis Carroll[vi] e/o i Jefferson Airplane[vii], puoi trovare l’unica Alice di questa storia.

Il loop eterno dell’highway di notte, ingoiata dall’auto che non va in nessun posto, e là fuori, circondati dal buio impenetrabile, irraggiungibili, gli Indian Jewelry stanno suonando “Hello Africa”, l’ultimo capitolo dell’enciclopedia, alla luce fioca di un’unica lampadina che dondola sulle loro teste, nel remoto honky tonk che non ha nome, né indirizzo, ma che convenzionalmente chiameremo solo per questa notte “Anhalt Hall”, e potrebbe trovarsi proprio sulla Anhalt Road, fuori dalla Texas Hwy 46, 4.5 miglia ad ovest della US 281, ad Anhalt, Texas.

Hello Africa/ Hello Af-ri-ca/ Hell Africa/ Hello Hello…

Insomma, un concerto jakecosmico!

Poi, armato del mio inglese fluente, con spiccato accento del Regno di Ooo, mi sono recato da Mary S, ma questa te la racconto un’altra volta.

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[i] L’eventuale gratitudine economica della di cui casa produttrice, quale compenso forfettario per questa umile e sottile pubblicità occulta, è sempre bene accetta.

[ii] Che si aggiudicano, praticamente senza avversari, il premio per il nome più cerebrale possibile da dare ad una band.

[iii] E comunque il fuso che punge la mano non fa parte di “Alice nel paese delle Meraviglie”, ma della “Bella Addormentata nel Bosco”, ma fattene una ragione, a volte noi gonzo reporters ci si prende le nostre belle licenze poetiche…

[iv] Con il cui nome non c’è, e mai ci sarà, alcun nome di band che possa rivaleggiare.

[v] Che è di Missoula, MT, ma dai…

[vi] Che era di Daresbury, Cheshire, GB, ma insomma…

[vii] Che sono di San Francisco, CA, che però…

 

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